netflix

You, la serie di Netflix (o no?)

C’era per caso bisogno di una serie in cui Penn Bagdley, al secolo Dan Humprey e in arte Gossip girl, andasse in giro a stalkerare bionde? Sì, ce n’era bisogno. E Lifetime non si è persa l’occasione ed ha deciso di produrre proprio You, tratto da un libro di Caroline Kepnes, serie tv che wikipedia si azzarda a definire addirittura un thriller psicologico. Mi sembrano parole forti, sinceramente, ma chi sono io per contraddire il dottor Wikipedia? Nessuno mai.

La storia è semplice: Joe Goldberg è un libraio (la libreria si suppone sia sua) che si innamora a prima vista di una sua cliente. Forse la cliente più anonima della storia dei clienti, ma che dire. Il suo amore folle improvviso si risolve in uno stalking mattissimo nei confronti della povera Beck, che in realtà porella si chiama Guinevere e vuole tanto, tanto fare la scrittrice.

Senza spoilerare troppissimo, mi azzarderò solo a dire che il buon Joe fa cose niente affatto legali per assicurarsi l’amore di Beck e, tra le altre cose, fa fare una fine un po’ bizzarra anche alla sempre stupenda Shay Mitchell di Pretty Little Liars che qua interpreta una ragazza diciamo ambigua dal sempre bel nome Peach.

Scritto male, recitato malino, You è stato raccattato da Netflix che ci ha anche messo il suo marchio Netflix Originals dall’alto di non si è capito bene cosa visto che non è stato lui a produrlo. Ma a scriverlo è stato Greg Berlanti e sappiamo tutti quando ognuno di noi debba qualcosa al buon Greg (DAWSON’S CREEK!)

Dategli una chance, anche solo per inveirgli contro.


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di Francesca Giorgetti

31 anni, ultimamente romana ma pratese per sempre. Appassionata a livelli patologici di serie tv e Maria De Filippi. Lavora in tv e scrive di serie: puoi seguirla sulla sua pagina facebook Io veramente guarda



Elite

“Buonasera a tutti, shpagnoli e non!”

Scusate, ma su Netflix è uscita una nuova serie spagnola e lo sanno tutti che l’unica cosa da dire quando c’è di mezzo gli spagnoli è questa.

La sobria Elite racconta di un fantomatico liceo favoloso per ricchi in cui grazie a tre borse di studio arrivano tre poveri di cui una musulmana aumentando il coefficiente disagio di +100.

Già dal primo frame, e quindi non vi spoilero niente lo giuro, si capisce che c’è stato un omicidio e che quasi tutti gli studenti sono sospettati e quindi, manco a dirlo, la serie è fitta così di flashback.

Flashback in cui la maggior parte delle volte i nostri protagonisti sono nudi/impegnati in menage a trois/ubriachi/strafatti. Adorabili.

Quello che però più salta all’occhio è che tutto ‘sto benessere sbandierato non mi si rappresenta nei vestiti AGGHIACCIANTI di tutto il cast. Vorrei fare un articolo a parte sulle gonne e i vestiti di ‘ste disgraziate che nonostante i big money vanno a giro come in un cazzo di circo. SIETE SPAGNOLE, ANDATE DA ZARA, tamarre che non siete altro. In tutto ciò, di chi sarà stato l’assassino un po’ te ne freghi ma se amate le cose trash, senza senso, recitate male e scritte peggio, beh ragazzi Elite è la serie per voi.

Ah, alcuni del cast hanno ovviamente partecipato a La Casa di Carta perché comunque gli attori ragazzini spagnoli quelli sono, e quindi se vi va trovate pure un paio di facce amiche.

Però ecco, non è la serie dell’anno. No.


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Insatiable: polemiche a caso e tanto trash

Siccome che gli americani sui pregiudizi ci sguazzano, qualche settimana fa era uscita tutta una mezza polemica sulla nuova serie di Netflix, Insatiable, dove la protagonista era grassa e poi è diventata magra e si vuole vendicare della gente infame che la bullizzava.

L’astio a prescindere per la trama veniva dal fatto che il messaggio poteva sembrare un po’ negativo, tipo che se ti infamano per anni e diventi cattiva NON VA BENE, e che l’attrice protagonista è, pensa un po’, una bona incredibile con un trucco fatto apposta per farla sembrare grassa.

Ora. Entrambe le polemiche mi sembrano un po’ sceme. Specie perché basta vedere qualche episodio per capire che le premesse della serie non sono sviluppate mai nella vita.

Uno si aspetta che via via la protagonista si vendichi con ogni orrendo compagno di scuola, e invece no. Incontra uno che oltre a fare l’avvocato nella vita aspira a diventare un coach per concorsi di bellezza ed è sposato con Alyssa Milano (Phoebe IO NON TI HO MAI DIMENTICATO) e da lì, bom!, scene a caso di lei che si innamora di lui, lei che vuole sabotare il matrimonio, lei che litiga con la madre cattiva, lei che vuole uccidere uno ma non lo fa.

Insomma, la serie prende una piega totalmente a caso rispetto al pilot. Il tutto con dei colori sgargiantissimi ed un’ambientazione che ricorda il mai abbastanza compianto Good Christian Bitches. Texas e donne stupide dappertutto, insomma.

Se volete sbugiardare le polemiche sterili americane, vedetevi pure un paio di puntate. Altrimenti diciamo che è una serie abbastanza superflua ecco, sì.


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Maniac

Prendi Emma Stone, prendi Jonah Hill in una versione tutta nuova e magra e buttaci in mezzo una storia davvero ma davvero bizzarra. Voilà, ecco Maniac di Netflix.

C’è un po’ di Eternal Sunshine, un po’ di Lost e un altro po’ di cose a caso se le vogliamo trovare.

La cosa che più intrippa in assoluto è senza dubbio la totale mancanza di punti fermi a livello di ambientazione storica. Sembrano gli anni ’80, ma anche un po’ i ’90. E poi ci sono tecnologie avanzatissime tipo koala viola di peluche che giocano a scacchi ma anche computer giganti con le scrittine verdi e grafiche trash. Insomma, non si capisce QUANDO siamo.

Tutta ‘sta confusione temporale fa però da sfondo ai due personaggi principali, ognuno specialone a modo suo, che si candidano a diventare cavie per un farmaco sperimentale che controlli le emozioni.

In un ambiente protetto che fa tanto Dharma (per quello ho citato Lost, le isole pazzissime non c’entrano niente, lo giuro) Emma Stone, Jonah Hill e altri disperati dovranno rivivere i momenti più traumatici delle loro vite per, si spera, trovare il modo di controllare le emozioni che da lì derivano.

Ora. L’idea è bellona, l’ambientazione di più ma c’è sempre quel che di “ma che cazzo sto guardando” che non ti abbandona praticamente mai. C’è da dire però che io sono arrivata esattamente a metà. Magari poi lo finisco, capisco tutto e ve lo dico.

Intanto, un applauso sentitissimo allo scenografo, perché davvero, è tutto BELLISSIMO.  


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OITNB: c'è la sesta stagione, baby!

Sì lo so, ormai siamo alla sesta stagione di Orange is the new black (OITNB) e in teoria anche un po’ che ci frega delle magiche avventure in quel di Litchfield. Però oh la quinta stagione era finita con un cliff della madonna e allora che fai, non te li vedi IN TRE GIORNI tutti e 13 gli episodi? Sì, lo fai. O almeno, io l’ho fatto.

Come sempre, quei mattissimi sceneggiatori sanno come rimescolare le carte in tavola e allora sbam, è un attimo che ti sparpagliano le nostre detenute in diversi blocchi del carcere e ti introducono mega cattivoni freschi di stampa.

Stavolta più che mai, vige la legge del “mors tua vita mea”.

Ex amichette che quasi si accoltellano (ma senza coltelli, con arnesi ben più rudimentali perché siamo pur sempre in prigione) per il terrore di una testimonianza a loro sfavore dopo il riot; ex protette che non lo sono più ed ex amanti che ehi, incredibilmente lo rimangono.

Perché tra tutte, assurdo a dirsi, Alex e Piper alla fine dei guai sono quelle più coerenti a loro stesse. Si amano da 6 anni, con qualche intoppo nel mezzo, certo, ma chi non li ha.

Intorno a loro sorelle infami, vecchiette spietate, guardie vendute, nuove dipendenze, innocenti alla sbarra e insomma, la solita fauna che si trova nella ridente prigione che tanto amiamo da anni.

Stavolta l’espediente della guerra tra blocchi (ovvero kaki contro blu contro rosa, ovvero cattive contro più cattive contro un po’ meno cattive) funziona anche se ridondante.

Devo ammettere che coi primi 4 episodi ho avuto molta paura, specie col primo che un po’ di dubbi sulla qualità della droga che gira nelle stanze di Netflix me li ha fatti venire ma dal quinto episodio in poi, giuro, tutto migliora nettamente.

Per la settima stagione ho un po’ timore: quante dinamiche ancora potranno raccontare? Infinite? Io non credo.

Però ehi, stiamo pur sempre parlando di Jenji Kohan, un pochetto di fiducia se la merita!


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Mad Men: quando la pubblicità brucia l'anima

La AMC, si sa, manda da sempre in onda cose un po’ lentine. Tipo Breaking Bad per intendersi. Che sì è bellissima favolosa e gli vogliamo tutti bene, ma EHI quanta lentezza nella prima stagione? Tanta.

Ecco, capita la stessa cosa con Mad Men, serie del 2007 che hai già fatto storia, almeno per le prime 3-4 puntate. Poi però è tutto talmente bello, talmente curato che checcifrega della lentezza? NIENTE AMICI.

La serie parla di un’agenzia pubblicitaria di New York, la Sterling – Cooper, e della gggente che ci lavora a partire dall’inizio degli anni ’60. La trovate su Netflix.

Tra gli aspetti da non sottovalutare per la botta di interesse che provocano tutte le puntate in cui tra le altre cose viene spiegata l’origine di alcune vere campagne pubblicitarie americane di quegli anni (Lucky Strike e Kodak giusto per dirne un paio), c’è indubbiamente il personaggio di Don Draper interpretato diosolosaquantobene da un Jon Hamm perfetto ed in stato di grazia. Padre di famiglia dal passato misterioso, traditore seriale, mezzo genio della pubblicità e, cosa da non sottovalutare mai, bono di Dio.

L’agenzia Sterling Cooper attraversa così tutti gli anni ’60 tra fusioni, dipendenti arrivisti, segretarie bellissime, clienti bizzarri e storyline personali che a modo loro raccontano un assurdo quanto pregno di eventi periodo storico americano.

Mad Men, tra l’altro, è stata la primissima serie di un canale cable, aka DA RICCHI, a vincere un Emmy (in totale però, attenzione, ben 16) per miglior serie tv drammatica. Mica cazzi.

Se avete voglia di una maratona incredibile di sette stagioni di gente vestita benissimo e che fuma tantissimo incurante della morte che probabilmente sopraggiungerà per ognuno di loro, vedetevi il pilot e poi non uscite mai più di casa. Ne varrà la pena.

Fun fact: vista la quantità incredibile di sigarette che tutto il cast era costretto a fumare in OGNI SCENA, la produzione aveva fatto fare sigarette speciali al borotalco. Dev’essere stato un set facilissimo.


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La casa di carta, storia di un entusiasmo immotivato

A meno che non viviate in un piccolo bunker, avrete sicuramente visto o sentito parlare de LA CASA DE PAPEL, la serie shpagnola che ultimamente ha fatto il botto su Netflix che l’ha presa da Antena 3, aka una sorta di Italia1 spagnola, ne ha modificato la durata degli episodi e l’ha divisa in due stagioni come è parso a lei. Perché comunque Netflix c’ha i poteri.

La storia è sempliciona, a tratti scopiazzata da quel bel film che è Inside Man di Spike Lee: un gruppo di disperati, capeggiato da un favoloso e irreprensibile El Professor, decide di fare una rapina alla zecca di stato spagnola.

Non ruberanno niente ma stamperanno direttamente i soldi. GENIO.

Per non farsi sgamare vestiranno gli ostaggi come loro così da confondere i furbissimi poliziotti. Nessuno sa il nome dell’altro e per chiamarsi usano tra loro i nomi di città.

Tokyo (la più bona della storia della Spagna), Berlin (cattivissimo), Nairobi (delicatissima), eccetera eccetera.

Tutto molto bello se non fosse che i buchi di sceneggiatura fanno piangere lacrime di sangue da quanto sono palesi, tipo che già al minuto 7 è tutto un “seh ciao”.

Nonostante questo io giuro non so come sia possibile ma non si riesce a smettere di guardarlo. Ti vedi la prima puntata e LO SAI che ti stanno prendendo per il culo, che lo story editor non era compreso nel budget della serie, però vai avanti fino all’ultima puntata come se fossi in botta.

Scene inverosimili oltre, ma davvero oltre, la sospensione dell’incredulità, battute orrende ed assurde, effetti speciali che mmmh insomma, storyline buttate a cazzo, ma tu te le vedi tutte 'ste puntate, e ora che fanno la terza stagione, tu la aspetti. Perché? NON LO SO. Forse perché parlano spagnolo, e lo sanno sempre tutti che “la vida es un carnaval”.


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The end of the f***ing world

Ci sono serie tv che inizi e dici mh non lo so, anche un po’ che palle vabbè andiamo avanti vediamo.

Ti giri ed è subito sera, hai visto tutti ed otto gli episodi in una giornata e sei basito. Questo è quello che succede con The end of the fucking world. Se lo inizi, è molto probabile che dopo 3 ore tu lo finisca. Aiuta molto, moltissimo il fatto che le puntate durino poco (20 minuti) e che ogni episodio sia la diretta continuazione del precedente, come se fosse un film con molti intervalli, diciamo, ma la storia fa la sua bella parte.

In breve: un diciassettenne che crede di essere psicopatico e che ha l’abitudine fin da bambino di uccidere gli animali per noia, decide che il prossimo passo sarà uccidere una persona. La fortunella prescelta è una compagna di classe mattissima e annoiatissima dalla sua vita. I due però poi scappano alla ricerca del babbo di lei e da lì casini casini e ancora enormi casini. Il tutto con un mood british, perché la serie pure se la trovate su Netflix in realtà è di Channel 4, due attori splendidi ed un ritmo incredibile dato soprattutto dal fatto che il tutto è la trasposizione di una graphic novel.

Dai costumi alla fotografia, dalla recitazione alla sceneggiatura, tutto è fatto appositamente per farti incollare al divano e non staccartici finché non è finito. Peccato che sia andato così bene che hanno deciso di farne una seconda stagione, il solito perfetto espediente per ROVINARE TUTTO PER SEMPRE.

Speriamo in bene amici, ma il fotogramma dell’ultima puntata sarà una roba difficile da battere in quanto a bellezza.


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Godless: il western ma prodotto da Soderbergh

Mentre nel mondo si consumano noiosissime battaglie su cosa sia femminista o meno, tra campagne pubblicitarie fraintese ed altre cose poco interessanti, è uscita una serie molto bella che si chiama Godless, prodotta dal buon Soderbergh per Netflix.

L’ambientazione è di un marrone che più marrone non si può, perché siamo nel polveroso 1884, nel caro vecchio west. I protagonisti sono alcuni degli attori feticcio di Sorkin, che non c’entra niente ma che è sempre bene nominare invano in quanto genio della televisione. Ci sono infatti Jeff Daniels e Sam Waterson di The Newsroom e Merritt Wever di Studio 60, insieme alla beneamata Michelle Dockery di Dowton Abbey.

Tutte queste persone si ritrovano insieme nella ridente cittadina di Labelle, in New Mexico, abitata principalmente da donne molto, molto cazzute che si giostrano un fucile in mano con scioltezza. Tempo fa un’inondazione ha sterminato praticamente tutti gli uomini del paese e ora ci sono loro a tentare di sopravvivere nel clima molto poco disteso del vecchio west.

La lentezza del pilot è a tratti snervante ma il tutto è talmente pieno di poesia e delicatezza che una chance gli va data, anche solo per vedere Jeff Daniels nel ruolo del mega cattivo sterminatore di bambini e che al minuto 7 si fa tagliare un braccio a mani nude perché comunque lui può.

L’avvertimento infatti è d’obbligo: ci sono scene davvero crude, davvero trucide, e l’ambientazione western fa sì che poco di originale possa succedere. Sparatorie, cavalli, donne con vestiti splendidi e lunghissimi, saloon, cappelli e pistole.

Il solito, insomma ma con un gruppo di cazzutissime donne astiose e, loro sì, inconsapevolmente femministe.


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Dynasty: di nuovo trash dopo 40 anni

Negli anni 80 due erano i capisaldi della TV di Silvietto: Dynasty e Dallas. 

Entrambi hanno fatto la storia delle soap ed entrambe sono state riportate in vita in questi ultimi anni ehi, perché gettare alle ortiche tutto quel materiale sobrissimo? Perché non fare un elegante reboot?

Se Dallas io l'avevo abbandonato perché era uno sticazzi continuo, devo ammettere che Dynasty mi sta regalando delle soddisfazioni. Specie perché Netflix ha deciso di tornare al modo originale di fruizione delle serie TV ed ha scelto di centellinare gli episodi, uno a settimana. E allora niente maratona ma un discreto hype tra magnati del petrolio (sì, come in Dallas), figlie che vogliono diventare capi del mondo just like il padre, segretarie bonissime che si bombano il capo ma hanno un passato torbido, e tanto, tantissimo potere. 

La figlia vogliosa di potere mega cattiva tra l'altro si chiama FALLON, ha dei vestiti INCREDIBILI, si limona tutti quelli che le capitano sottomano e sarebbe disposta a gettare sotto una metro il fratello per avere ciò che vuole. Un esempio per tutti insomma.

Quasi quanto la segretaria/moglie del capo del mondo, con un armadio pieno di maglioni e cappotti e borse e cappelli e sciarpe in tutte le sfumature di cammello/beige/panna.

Tu. Tu andrai lontano ragazza mia. 


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Suburra - Gomorra vorrei ma non posso

Dopo il film, ad alcuni è parso giusto farci la serie, sempre su Netflix.

Dio grazie, Borghi è sempre presente e sollazza la vista di tutte noi, e questo ci fa molto piacere. Il resto, insomma. La storia è sempre quella, Roma è gestita da gente non particolarmente cortese, i preti vanno a puttane e si fanno botte di bamba, Ostia se la vogliono accaparrare in centosei. Il solito insomma.

Stavolta però c’è un personaggio che spicca fra tutti, in assoluto la più bella, la mia preferita: Livia. La sorella di Aureliano/Borghi che per descriverla userei un sempre attuale: DELICATISSIMA.

I suoi outfit sono vita, i suoi orecchini pure ed è assolutamente perfetta nell’interpretare la nuova CAPA DEL MONDO della parte losca di Ostia. Capelli lunghi con coda di cavallo, accento molto marcato, gonne di dubbio gusto, giubbotti con colli di pelliccia, stivaloni. Già idola delle masse, è il perfetto contraltare della Gerini che qui è proprio una signora coi suoi vestiti eleganti mentre organizza festini con orge e acidi, adorabile.

Se per tutta la serie aleggia un “già visto, già capito, prevedibile pure questa scena, andiamo avanti”, ogni episodio ti fa comunque venir voglia di, appunto, andare avanti, pure per vedere se era vero che avevi già visto e già capito. (Spoiler: Sì, avevi ragione tu. Su tutto.)

Un mio collega a cui voglio molto bene ha dato di tutto ciò la definizione PERFETTA: “Suburra è un po’ Gomorra con la troupe di Don Matteo”.

Vero, verissimo.


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Atypical: essere speciali davvero

Io davvero non so quante altre serie Netflix ha intenzione di produrre, pare non si dia pace.

Stavolta è il turno di Atypical, una serie tenerella su Sam, un ragazzino speciale nello spettro dell’autismo che decide di trovarsi una fidanzata.

La delicatezza con cui TUTTO viene affrontato è davvero ammirevole.

Si sorride senza sentirsi dei mostri che ridono di uno coi probblemi e ci si commuove perché NO VABBE’ LA TENEREZZA. Tra l’altro Keir Gilchrist (!) è di una bravura rara nell’interpretare il protagonista e non si può che volergli bene. Certo, se ti vedi cinque puntate di fila come ho fatto io c’è il rischio che ti prenda un po’ a male. Perché bella la tenerezza, bello tutto ma insomma sempre di un ragazzo autistico che cerca l’anima gemella stiamo parlando e insomma tutte 'ste matte risate non te le fai.

Le puntate comunque sono brevi, un sacco intense e poche. Otto episodi per una serie adorabile e da prendere a piccole dosi se siete sensibilissimi tipo me che è tutto un piangere per qualsiasi cosa.

W Netflix, w gli argomenti difficili trattati coi guanti bianchi.


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Disjointed: sono tornate le serie tv che non fanno ridere

Kathy Bates io davvero non so cosa ti sia passato per la mente quando il tuo agente ti ha passato la sceneggiatura del pilot di questa cosa.

Manco a dire che c’hai bisogno di lavorare perché insomma eri in American Horror Story le tue cose carine le fai. E invece no, sputtaniamoci alla tua età con una sitcom che pare uscita dagli anni BOH con le risate finte (ma non plausibili come quelle di 2 Broke Girls) e su un tema che mi già annoia al sol pensiero.

Kathy, che a regola ha un mutuo decennale a cui non hanno accettato la surroga, è quindi finita ad interpretare la proprietaria di un negozio di marijuana e combatte da un sacco per farla legalizzare insieme a suo figlio (nero). Insieme a loro ci sono i commessi ovviamente strafatti dalla mattina alla sera. Come lei, che però ha una certa e si veste con dei cenci improponibili che non sto neanche a raccontarvi.

La cosa più tragica è che la serie è di Chuck Lorre, quello che qualche anno fa si era inventato quell’adorabile gioiello che era (ora non lo è più, intendiamoci) The Big Bang Theory.

Kathy sei ancora in tempo per fuggire, ho un amico che sta cambiando banca magari te lo presento.


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Ozark: Jason Bateman sposami

Ne è passato di tempo da Arrested Development, la cosa più bella mai andata in onda nell’Universo Mondo. Adesso Jason Bateman è ancora più favoloso di prima e ha deciso di strafare: in Ozark fa tutto lui e pensa, lo fa pure bene.

In parecchi parlando della nuova serie Netflix hanno buttato in mezzo Breaking Bad perché sì ok personaggio buono che si deve reinventare perché sennò sono cazzi, ma per ambientazione, fotografia e regia tutto in Ozark urla più che altro Bloodline (sempre di Netflix), se proprio vogliamo trovargli un parente.

Se invece ce ne sciacquiamo e ce lo godiamo per quel che è, i 10 episodi sono, oltre che belli e scritti ed interpretati splendidamente, pure molto lenti, ma quella lentezza che fa bene nel 2017 dove "eeeh 30 minuti e già ho capito tutto sì chiaro ok che mi frega delle puntate dopo".

Insomma la lentezza delle cose che un po’ ci mettono ad entrare nel vivo ma ehi, quando lo fanno non ce n’è per nessuno.

Se siete orfani di quel tipo di narrazione un po’ per grandi, quella che devi seguire e che non puoi star lì a guardare twitter nel frattempo, ecco, Ozark diventa una cosa molto ma molto bellissima. E Jason pure come regista spacca MA IO NON AVEVO DUBBI JASON TI RICORDI DI ME IO TI VOLEVO SPOSARE GIA’ ANNI FA CIAO RINTRACCIAMI.


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Gipsy: Naomi Watts psicologa molto poco professionale

Yup, Netflix ne ha sfornata un’altra: Gipsy.

Protagonista la seconda australiana più favolosa del cinema, la dottoressa Naomi Watts (sorry, con Nicole Kidman non c’è gara) nei panni di una psicologa bona che non gliela fa a mantenere il distacco coi suoi pazienti.

Ne ha uno che si è appena lasciato sta malissimo è depresso? Ma perché non diventare amichetta della sua ex che lo sta facendo disperare e magari instaurare una relazione un po’ torbida e tendente al lesbo già dal primo frame? Che bella idea!

La Watts ha una vita apparentemente normale, una casa favolosa in un quartiere altrettanto, un bel lavoro, un marito belloccio (Billy Crudup), una bellissima figlia dal nome Dolly (potenzialmente affetta da disforia di genere, tema che mi auguro tratteranno in maniera carina, altrimenti NON LE SCRIVETE LE COSE) e un fisico di Cristo che sfoggia con nonchalance nei suoi completini. Però tutto ciò non le abbasta, e quindi si infila nelle vite dei suoi strani pazienti per uno scopo poco comprensibile.

Il pilot è un MAH continuo, non è brutto ma manco bello, i dialoghi non fanno schifo ma non sono interessanti, i personaggi uuuhh misteriosi non lo sono manco per niente ed è tutto un po’ gratuito, lento ed inneggiante allo sticazzi.

Insomma, si dovesse giudicare solo del pilot sarebbe un big no no.

 


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Glow: scaldamuscoli here we come!

Dopo Orange is the new black, Girls, Big Little Lies ed il compiantissimo Pretty Little Liars (spero che abbiate tutti pianto le vostre lacrime per il finale altrimenti vergognatevi), DIO GRAZIE sui nostri schermi è apparsa un’altra serie con un cast quasi totalmente femminile.

We’ve got the power, bitches!

Glow è ambietato negli anni ’80, parla di un gruppo di attrici mezze fallite che si trovano a lavorare per una serie tv delicatissima: Glorious Women Of Wrestling. Donne che fanno wrestling, appunto. E per farlo sono in calzamaglia, scaldamuscoli, costumini fucsia e con in testa quelle terribili fasce per capelli.

Protagonista quasi assoluta è Allison Brie, che i più nerd spero ricorderanno per quel capolavoro bistrattato di Community. Di strada la dottoressa ne ha fatta, ma più che altro ha perso kg di cui almeno 6 nelle tette. You go girl!

La prima scena del pilot è già una delle cose più belle scritte in questa stagione e, da sola, vale la visione della puntata.

Se però non vi bastasse, sappiate che ci sono diversi altri motivi, primo fra tutti i costumi, ovviamente. Sono tutte delle piccole Jennifer Beals in Flashdance ed è un attimo che quegli outfit improbabili tornano di moda quindi stiamo tutti molto, molto attenti.

Per una botta di femminismo e per una televisione migliore, recuperatene.

La trovate su Netflix dal 23 giugno ed è tutto un sacco colorato!

 


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Girlboss: una storia vera di gente povera che diventa ricca.

Sophia Amoruso è una che in generale ne sa, o perlomeno ne ha saputo.

Nel 2014 è uscita la sua autobiografia Girlboss e da Netflix hanno chiamato Charlize Theron e le hanno detto: “ciao sei bellissima non è che ti va di produrre sta serie?”.

E così è uscita, appunto, #Girlboss.

La storia (vera ma un sacco romanzata) è di una ventitreenne completamente pazza, Sophia Amoruso, un po’ maniaca depressiva, un po’ cleptomane e a tratti bipolare che per sbarcare il lunario decide di iniziare a vendere cose vintage su Ebay (che ai tempi, nel 2007, era nel suo periodo più florido) e dal suo monolocale passa ad avere un’azienda tutta sua.

E Noi No.

L’ambientazione a San Francisco e la fotografia molto, molto smarmellata danno quel tocco un po’ kitsch ed ingiustificatamente anni ’70 a tutta la serie e si è sempre in bilico tra l’odiare follemente e l’amare abbastanza la protagonista interpretata da Britt Robertson, per la prima volta in versione castana e ancora più bona del solito.

Varrebbe la pena di vederla anche solo per la puntata quattro in cui c’è una citazione ad una certa scena di una certa puntata di The OC che è veramente da applausi.

Per il resto, venticinque minuti abbastanza trascurabili con qualche guizzo qua e là piuttosto divertente. In generale, però, “anche meno bastava” risuona potente ad ogni puntata, dove vogliono per forza farci ridere, per forza farci empatizzare e per forza lo sanno tutti che non si fa nemmeno l’aceto.


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LA FAVOLOSA RUBRICA SPIN-OFF DI IO VERAMENTE GUARDA

di Francesca Giorgetti

29 anni, ultimamente romana ma pratese per sempre. Appassionata a livelli patologici di serie tv e Maria De Filippi. Lavora in tv e scrive di serie anche su Io Veramente Guarda.

13 Reasons Why: il bullismo in America

Con 13 Reasons Why laggente in America sta impazzendo. Sembra quasi che si siano accorti solo ieri del fatto che il periodo del liceo sia LAMORTE. In questo caso, purtroppo, in senso letterale.

Hannah Baker è bellina, di una simpatia forzata che ti fa urlare “anche meno bastava” ad ogni piè sospinto ed è nuova in città. Già dal primo frame è chiaro che la povera ragazza si è suicidata dopo essere stata bullizzata. La colpa, a quanto dice lei, è semplicemente di TUTTI QUANTI.

Proprio per questo, Hannah decide di lasciare a mezzo liceo delle cassette registrate, obviously quando era in vita, per spiegare loro il perché dell’estremo gesto. Cassette che tutti dovranno ascoltare per capire che parte hanno avuto nel suo suicidio. Pare lecito dire che la gravità delle infinite situazioni in cui Hanna si ritrova e che racconta ai suoi compagni è piuttosto soggettiva e dipende molto, moltissimo dalla sensibilità di ognuno di noi.

Io soffro ad ogni scena perché in generale la vita la prendo male, ma molte delle cose che capitano ad Hannah succedono nella realtà, purtroppo, a qualunque ragazza dell’universo mondo. Non importa che indossi il cappellino di lana, le giacche da uomo, i pantaloni a zampa e uno zainetto da scema: qualcuno, prima o poi, le romperà i coglioni.

Proprio per questo del bullismo è NECESSARIO parlare, ora, sempre e per sempre. Ovviamente la seconda stagione è praticamente scontata, visto il successo d’iddio che sta riscuotendo la serie. Sarà contentona Selena Gomez che all’inizio doveva esserne protagonista, in caso il progetto fosse diventato un film, e che si è reinventata produttrice esecutiva una volta che Netflix si è accaparrata i diritti del romanzo da cui è tratto.

Vedetene ed angosciatevene.


IO VERAMENTE LA FAVOLOSITA'

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Breaking Bad: la droga e l'eleganza

Poche ma davvero poche sono le serie che come Breaking Bad hanno diviso quei mattacchioni del pubblico. Chi l'ha amato follemente venderebbe sua madre pur di dimenticarlo e rivederlo come se fosse la prima volta, e chi “meh sì bello eh per carità però è un po' sopravvalutato, no?” rischia la vita ogni volta che lo dice. 
Nell'immaginario di entrambe le categorie, però, rimarranno forever indelebili le tutine gialle e le maschere di Walter e Jesse. I due personaggi più fighi, più risolti e più tutto della storia della tv (sì, mia madre è in vendita).
Gli abiti in borghese di Jesse, poi, fanno volare altissimo specie quando va in giro con le magliette a maniche lunghe coi simbolini tribali che a fine anni '90 qua in italia potevi trovare sui libricini in regalo con Cioè e in cui noi svantaggiati di 12/13 anni mettevamo le orecchie alle pagine. Nessuno dei miei amici ha però mai comprato, mai qualcosa, ora che ci penso. Peccatone.
Walter in compenso da bravo professore di chimica era tutto un camicia-pantaloni-occhialini-mocassini fino a quando, in mutande, canottiera e grembiule non creava la dddrroga nel loro camper. Grazie raga, vi saremo sempre grati di tutta questa poesia e la lentezza della prima stagione in cui tutti tutti noi abbiamo fatto un sacco di fatica è indubbiamente servita a farci sentire ripagati appena sono entrati personaggi splendidi, commoventi, come Gus Fringe che pure con la divisa di Los Pollos Hermanos faceva la sua porca ed elegante figura. Certo, quando parlava spagnolo tu eri lì che pensavi al fatto che un corso intensivo lo poteva pure fare, il buon Giancarlo Esposito, però che ci frega, lui era favoloso sempre pure quando SPOILER gli scoppia metà faccia e pensa ad aggiustarsi la cravatta.

 


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A series of unfortunate events: colore e simmetria.

Netflix, allora è vero che volevi farti perdonare per quell'imbarazzo in 8 puntate che è di “The Oa”. Dillo che è per questo che hai tirato fuori, venerdì 13 in onore al tema della serie, “A series of unfortunate events”.

Sei stato molto caro, soprattutto perché oltre a Neil Patrick Harris che se la scoatta cantando e ballando come solo lui può e sa fare, c'è tanta ma tanta bellezza in questa nuova creatura.

Sembra di esser tornati ai fasti di un tempo di Pushing Daisies, piccolo capolavoro del 2007 durato troppo poco (RECUPERATELOH) in cui con una fotografia coloratissima e luminosissima prendeva vita un mondo un sacco speciale.

Stavolta la storia, originariamente di una serie di libri e già diventata film con Jim Carrey, narra dei tre fratelli Baudelaire, ricchi, orfani dall'oggi al domani e sfigatissimi che si trovano loro malgrado affidati al Conte Olaf, Neil Patrick Harris, e da lì in poi incappano appunto in una serie di sfortunati eventi.

Come in tanti già hanno notato, è un po' come se su una roba gotica qualcuno avesse messo Wes Anderson sul set a dare quella botta di simmetria e colore totalmente folle che però, ovviamente, fa svoltare il prodotto.

La maggiore dei fratelli, Violet, è sempre vestita con toni pastello, golfini, gonne bellissime e camicette deliziose, il fratello è un nerd ante litteram e la mini Sunny di 0 anni vestita quasi sempre di giallo muove la bocca a caso parlando la sua lingua sottotitolata. CIOE'.

Tra scenografie improbabili e bellissime, dialoghi che fanno davvero ridere e una trama intricatissima, il narratore della storia parla sempre in camera preparando lo spettatore a tutte le cose terribili che sta per vedere. E attenzione, l'attore che lo fa è la voce originale di KRONK di Le Follie dell'Imperatore, aka il cartone più bello di sempre.

 


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