Maniac

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Prendi Emma Stone, prendi Jonah Hill in una versione tutta nuova e magra e buttaci in mezzo una storia davvero ma davvero bizzarra. Voilà, ecco Maniac di Netflix.

C’è un po’ di Eternal Sunshine, un po’ di Lost e un altro po’ di cose a caso se le vogliamo trovare.

La cosa che più intrippa in assoluto è senza dubbio la totale mancanza di punti fermi a livello di ambientazione storica. Sembrano gli anni ’80, ma anche un po’ i ’90. E poi ci sono tecnologie avanzatissime tipo koala viola di peluche che giocano a scacchi ma anche computer giganti con le scrittine verdi e grafiche trash. Insomma, non si capisce QUANDO siamo.

Tutta ‘sta confusione temporale fa però da sfondo ai due personaggi principali, ognuno specialone a modo suo, che si candidano a diventare cavie per un farmaco sperimentale che controlli le emozioni.

In un ambiente protetto che fa tanto Dharma (per quello ho citato Lost, le isole pazzissime non c’entrano niente, lo giuro) Emma Stone, Jonah Hill e altri disperati dovranno rivivere i momenti più traumatici delle loro vite per, si spera, trovare il modo di controllare le emozioni che da lì derivano.

Ora. L’idea è bellona, l’ambientazione di più ma c’è sempre quel che di “ma che cazzo sto guardando” che non ti abbandona praticamente mai. C’è da dire però che io sono arrivata esattamente a metà. Magari poi lo finisco, capisco tutto e ve lo dico.

Intanto, un applauso sentitissimo allo scenografo, perché davvero, è tutto BELLISSIMO.  


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IO VERAMENTE LA FAVOLOSITA'

LA FAVOLOSA RUBRICA SPIN-OFF DI IO VERAMENTE GUARDA

di Francesca Giorgetti

31 anni, ultimamente romana ma pratese per sempre. Appassionata a livelli patologici di serie tv e Maria De Filippi. Lavora in tv e scrive di serie: puoi seguirla sulla sua pagina facebook Io veramente guarda



Inquiete 2018, ecco com'è andata

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Lo scorso weekend (dal 4 al 7 ottobre) la gang di RiccioCapriccio insieme ai nostri partner Davines ha invaso le vie del Pigneto per Inquiete Festival, l’unico festival italiano dedicato alle scrittrici donne che ne mette al centro l’intelligenza e il talento ideato dalle preziosissime ragazze di Tuba Bazar e realizzato attraverso l’Associazione MIA.

Cosa dire oltre che è stato meraviglioso? Centinaia di persone, nonostante i giorni di meteo incerto, hanno partecipato attivamente, ascoltando, ponendo domande, comprando libri e sì, prestandosi a giocare con noi.

Domenica, insieme a Francesca Di Giuliano di Nobody kills Unicorn e Davines, abbiamo messo su la nostra postazione “Diventa la tua scrittrice preferita”: ogni persona aveva a disposizione parrucche, abiti, accessori per trasformarsi nell’icona della letteratura del proprio cuore. La più gettonata? Elena Ferrante, che ha finito per assumere look incredibili. Ad immortalare questi momenti le magiche ragazze di Arise from eyes, fotografe eccezionali. Vi abbiamo regalato tantissimi gadget: i deliziosi campioncini di Davines della linea Renewing, le nostre spillette, cartoline, borse e i mitici segnalibro. Perché le teste delle donne per noi sono belle dentro e fuori.

Domenica è stata anche la giornata dedicata agli Esordi, sezione curata dalla Società Italiana delle Letterate. Abbiamo ascoltato le voci di Carla Fiorentino, Carolina Orlandi e Giorgia Tribuiani introdotte maestosamente dalla nostra Alessandra Di Pietro che è stata splendida nel raccontare al pubblico cos’è RiccioCapriccio: non solo un salone di parrucchiere ma una comunità fondata sul coraggio di osare e sulla cooperazione fra le donne.

Passiamo ai ringraziamenti, proprio come alla notte degli Oscar, grazie a:

  • le ragazze meraviglia di Tuba,

  • Davines che ha supportato la manifestazione e noi,

  • il nostro staff (grazie ad Andrea, Ahmed e Barbara),

  • Tamara Viola che si è occupata della comunicazione e Alessandra Meneghello che ha curato la grafica dei nostri totem e segnalibri,

  • Francesca Di Giuliano che ci portato tutto il suo stile,

  • Alessandra Di Pietro, nostra fedelissima consigliera,

  • alle clienti storiche che sono passate a salutarci e a tutti voi che avete giocato con noi.

Ci vediamo il prossimo anno, sempre più forti, sempre più Inquiete!

Ottobre è Inquiete!

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Ci siamo: da oggi 4 ottobre fino al 7 ottobre 2018, per le vie del Pigneto si terrà Inquiete Festival di cui siamo fierissimi sponsor. Abbiamo preparato per voi tantissime sorprese che speriamo vi piaceranno.

Quest’anno abbiamo scelto di sostenere la sezione Esordi, a cura della Società Italiana delle Letterate.

Domenica 7 alle 15:00 Carla Fiorentino presenta "Cosa fanno i cucù nelle mezz'ore" e Carolina Orlandi presenta "Se tu potessi vedermi ora", mentre alle 20:00  sarà il turno di Giorgia Tribuiani che presenta "Guasti" e Sara Gamberini che presenta "Maestoso è l'abbandono". Ci piacerebbe che foste in tanti a sostenere queste ragazze.

Sempre domenica, con l’aiuto di Francesca Di Giuliano aka Nobody kills Unicorn e le ragazze di Aryse From Eyes vi trasformeremo nelle vostre scrittrici del cuore: la nostra postazione aprirà i battenti alle 15.30 fino alle 19.30, qui trovate i dettagli :)

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Nostri “partner in crime”, non solo nella vita lavorativa ma anche per questo evento, Davines, un marchio che abbiamo scelto perché sposa perfettamente i nostri valori e che fa moltissimo per le donne. Nei giorni del festival avrete l’opportunità di provare la nuova linea Renewing che aiuta a mantenere la salute di cute e capelli: pioveranno gadget e campioncini!

Se vivi lontano da Roma ma vuoi comunque sapere cosa combineremo seguici su instagram, ci sono tante stories in arrivo per te: la nostra digital strategist Tamara sarà l'inviata speciale.

Qui trovi il programma completo della manifestazione che è gratuita e aperta a tutti.

Ci vediamo in giro! :)

World Style Contest 2018: ecco com'è andata

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Ieri, 24 settembre 2018, la nostra stylist Laura Towers è salita sul palco del Teatro Brancaccio di Roma insieme ad altri sei sfidanti per conquistare lo scettro del World Style Contest 2018, organizzato da Davines, il marchio che abbiamo scelto per il nostro salone.

Partecipare ad una competizione di questo tipo è esaltante perché mette continuamente alla prova le tue capacità, amplia la tua visione professionale e ti permette di esprimere al meglio la tua creatività. 

Dietro ogni competizione ci sono sempre mesi di lavoro e di ricerche. Il metodo che ha usato la nostra Laura ha una prima fase grafica/visiva: ha espresso la sua idea in una moodboard ispirata a Jean Paul Goude, un artista che ha affrontato e superato con la sua arte barriere razziali, culturali e sessuali durante lo splendido periodo dello Studio 54.

Ha trasferito così le sue idee di taglio e colore sulla sua modella, Valentina Ottaviani.

Per Laura è stata un’esperienza molto formativa, che le ha permesso di uscire dalla famosa “comfort zone”: voi clienti la conoscete e sapete quanto sia timida. Il vostro sostegno e quello di tutto lo staff di RiccioCapriccio è stato molto ispirante.

Grazie come sempre a Davines per l’ospitalità e la cura.

Qui nella gallery le foto “rubate” dell’evento!

Inquiete festival: Riccio c'è!

 Foto di Musacchio, Ianniello & Pasqualini

Foto di Musacchio, Ianniello & Pasqualini

Siamo felicissimi di annunciarvi che RiccioCapriccio è sponsor del Festival di scrittrici a Roma InQuiete che si terrà dal 4 al 7 ottobre 2018.

Nato dall'idea delle ragazze di Tuba Bazar e realizzato attraverso l’Associazione MIA, si propone di essere uno spazio per ridisegnare il ruolo delle donne nella letteratura.

"L’idea di un festival che mettesse al centro l’intelligenza e il talento delle donne ci girava in testa da tempo, ed è questo progetto che ci ha fatte incontrare e ha messo in moto una macchina organizzativa desiderante. Abbiamo voluto costruire uno spazio di parola pubblica, di incontro, riflessione. Uno spazio vitale. Tre giornate dedicate alle donne che scrivono, alle lettrici e ai lettori. Un tempo per stare insieme, per mettere in comune un patrimonio prezioso, per rinsaldare il patto narrativo fra le scrittrici e il pubblico. Un festival per dare visibilità alle scrittrici e mettere in luce una parte di mondo più ampia e immaginare orizzonti e soluzioni diverse. inQuiete è la nostra risposta a chi pensa ancora che le donne raccontino storie minori, siano protagoniste solo in seconda serata, non trovino spazio nella permanenza."

Il Festival si svolge sull’isola pedonale del Pigneto. Riccio partecipa attivamente sponsorizzando la sessione Esordi: domenica 7 ottobre alle 15:00 presso il PALCO BIBLIOTECA, a cura della Società Italiana delle Letterate, Carla Fiorentino presenta "Cosa fanno i cucù nelle mezz'ore" e Carolina Orlandi presenta "Se tu potessi vedermi ora". Introduce Alessandra Pigliaru.

Avremo anche uno spazio a disposizione per trasformarvi nelle vostre scrittrici preferite e portarvi a casa una foto ricordo fornita dalle ragazze di Arise From Eyes.

Il programma completo è qui. Potete ancora fare la vostra parte e donare!

Non vediamo l'ora di vedervi, abbracciarvi e scambiarci consigli di libri.

#Sour: quella sera lei gli chiese se fosse stata un cocktail, quale.

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“Quella sera lei gli chiese, se fosse stata un cocktail, quale.”

 Mai nome fu più azzeccato nella storia dei cocktail, come in questo caso.

Dama bianca, signora elegante e raffinata, che nasconde sotto una veste candida, una sinfonia di gusti incredibili. Tutto si gioca su toni agrumati, che vanno a intrecciarsi con il pungente gin.

 Conosciuto anche come Delilah, Chelsea sidecar e Lillian forever, il White Lady è un parente molto stretto del Sidecar, ma al posto del Cognac, viene utilizzato il Gin. Particolare non da poco, dato che all’abbraccio caldo è vellutato del Cognac si sostituisce l’algido tocco nordico, dai profumi di bosco e ginepro, del gin.

 La storia del White Lady è terreno di battaglia! La prima ricetta scritta, compare nell’inebriante Savoy Cocktail Book di Harry Craddock, ma si vocifera che l’ideatore fosse l’inossidabile Harry MacElhone. Purtroppo vivremo tormentati da questo amletico dubbio!

Occhio al grado alcolico!

Come molte cose belle e affascinanti il White Lady può essere pericoloso.. ha infatti un volume di alcol piuttosto alto, può essere bevuto all’aperitivo, ma non bisogna esagerate.

•   4 cl di gin

3 cl di triple sec

2 cl di succo di limone appena spremuto


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#SOUR: Una storia d’amore fra illustrazioni e cocktail

di Roberta Soru

Perennemente dietro un monitor o china su uno smartphone ha fondato ctrl+f.

Illustratrice e bevitrice, con l’ossessione per il #foodporn, ha anagrammato il suo cognome, si è messa con un barman e ha creato #Sour, la loro storia tra illustrazioni e cocktail.

OITNB: c'è la sesta stagione, baby!

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Sì lo so, ormai siamo alla sesta stagione di Orange is the new black (OITNB) e in teoria anche un po’ che ci frega delle magiche avventure in quel di Litchfield. Però oh la quinta stagione era finita con un cliff della madonna e allora che fai, non te li vedi IN TRE GIORNI tutti e 13 gli episodi? Sì, lo fai. O almeno, io l’ho fatto.

Come sempre, quei mattissimi sceneggiatori sanno come rimescolare le carte in tavola e allora sbam, è un attimo che ti sparpagliano le nostre detenute in diversi blocchi del carcere e ti introducono mega cattivoni freschi di stampa.

Stavolta più che mai, vige la legge del “mors tua vita mea”.

Ex amichette che quasi si accoltellano (ma senza coltelli, con arnesi ben più rudimentali perché siamo pur sempre in prigione) per il terrore di una testimonianza a loro sfavore dopo il riot; ex protette che non lo sono più ed ex amanti che ehi, incredibilmente lo rimangono.

Perché tra tutte, assurdo a dirsi, Alex e Piper alla fine dei guai sono quelle più coerenti a loro stesse. Si amano da 6 anni, con qualche intoppo nel mezzo, certo, ma chi non li ha.

Intorno a loro sorelle infami, vecchiette spietate, guardie vendute, nuove dipendenze, innocenti alla sbarra e insomma, la solita fauna che si trova nella ridente prigione che tanto amiamo da anni.

Stavolta l’espediente della guerra tra blocchi (ovvero kaki contro blu contro rosa, ovvero cattive contro più cattive contro un po’ meno cattive) funziona anche se ridondante.

Devo ammettere che coi primi 4 episodi ho avuto molta paura, specie col primo che un po’ di dubbi sulla qualità della droga che gira nelle stanze di Netflix me li ha fatti venire ma dal quinto episodio in poi, giuro, tutto migliora nettamente.

Per la settima stagione ho un po’ timore: quante dinamiche ancora potranno raccontare? Infinite? Io non credo.

Però ehi, stiamo pur sempre parlando di Jenji Kohan, un pochetto di fiducia se la merita!


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IO VERAMENTE LA FAVOLOSITA'

LA FAVOLOSA RUBRICA SPIN-OFF DI IO VERAMENTE GUARDA

di Francesca Giorgetti

31 anni, ultimamente romana ma pratese per sempre. Appassionata a livelli patologici di serie tv e Maria De Filippi. Lavora in tv e scrive di serie: puoi seguirla sulla sua pagina facebook Io veramente guarda



Studio 60, un mini capolavoro di Aaron Sorkin.

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Correva l’anno 2006, un’annata brutta come la fame se con fosse che la NBC ha mandato in onda la prima (e unica stagione) di Studio 60 on the Sunset Strip.

Il feticcio di Sorkin per raccontare il dietro le quinte di QUALSIASI COSA è da sempre evidente, l’ha fatto con Sports Night, con The Newsroom e, beh, con The West Wing che ve lo dico a fare.

Nel caso di Studio 60 viene raccontato il magico mondo di un programma che potrebbe essere una roba tipo il Saturday night live, diciamo, e come in tuuuuutte le creature di quel tossico adorabile di Sorkin, la gente cammina e parla, parla e cammina. Velocissimo, sempre.

I protagonisti indiscussi sono il producer e il capo autore del programma, rispettivamente Bradley Withford e Matthew Perry, due dei personaggi più carini mai stati scritti nella storia della tv, diciamolo. C’è anche Sarah Paulson, prima di diventare capo del mondo e musa di Ryan Murphy. E Amanda Peet, sempre bellissima.

Gli episodi sono 22 e siccome la gente è scema, l’hanno visto in pochissimi questo piccolo gioiello. Perché comunque non dobbiamo mai scordarci che le persone le cose belle non se le meritano maimai. Se vi interessano dialoghi mega favolosi lunghissimi ed intelligentissimi e ne sapete un pochino di tv, o magari non ne sapete ma vi piacerebbe saperne, vi prego, guardatelo.

E’ bello, è scritto bene, la fotografia è un po’ marroncina sì ma le storyline sono tutte adorabili e, siccome Sorkin lo sapeva che gli cancellavano il figlioletto alla prima stagione, ha pure scritto una fine vera e realmente conclusiva. Se fate i bravi in due settimane la finite. Vi darei io il cofanetto, ma già l’ho prestato. Se non lo trovate sui torrenti, cosa probabile, COMPRATELO ANCHE VOI. Davvero.


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IO VERAMENTE LA FAVOLOSITA'

LA FAVOLOSA RUBRICA SPIN-OFF DI IO VERAMENTE GUARDA

di Francesca Giorgetti

31 anni, ultimamente romana ma pratese per sempre. Appassionata a livelli patologici di serie tv e Maria De Filippi. Lavora in tv e scrive di serie: puoi seguirla sulla sua pagina facebook Io veramente guarda

#Sour: tra i lidi di Sabaudia, sorseggiando un Daiquiri, fu subito Cuba

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“Tra i lidi di Sabaudia, sorseggiando un Daiquiri, fu subito Cuba”.

Il Daiquiri, il cocktail preferito di Ernest Hemingway. Difficile stabilire l’origine esatta, dato che si è iniziato a preparare sour appena si imparò a distillare rum dalla canna da zucchero. Cocktail caraibico per eccellenza, facile da realizzare, dal gusto puro e genuino. Un elisir cristallino ed essenziale.

I marinai inglesi presero in prestito la ricetta caraibica già nel 1700, per combattere lo scorbuto. Producevano un grog, forte e ricco di vitamina C, da bere durante le lunghe traversate. Dopo la rivoluzione cubana, il cocktail passò dalle sabbie di Cuba ai cocktail bar più cool di New York, conquistando la città.

Come per tutti i sour valgono le solite due regole, per un cocktail perfetto: usare agrumi perfettamente maturi e rispettare le dosi, per mantenere il giusto equilibrio.

4,5 cl di rum

2 cl di succo di lime

0,5 cl di sciroppo di zucchero


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#SOUR: Una storia d’amore fra illustrazioni e cocktail

di Roberta Soru

Perennemente dietro un monitor o china su uno smartphone ha fondato ctrl+f.

Illustratrice e bevitrice, con l’ossessione per il #foodporn, ha anagrammato il suo cognome, si è messa con un barman e ha creato #Sour, la loro storia tra illustrazioni e cocktail.

Il diritto all'indecenza - Una pornoattivista al mare

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La mia estate da emigrante si compone di almeno due fasi ben distinte: la visita alla famiglia d’origine nella madrepatria e l’ormai tradizionale vacanza in campeggio in una amena località della Costa Brava, litorale del nord della Catalunya che arriva al confine con la Francia. Sono ormai 6 anni che con mia figlia e suo padre rispettiamo religiosamente il precetto “Stessa spiaggia, stesso mare”: siamo una famiglia poco tradizionale e il fatto di tornare ogni anno nello stesso luogo di villeggiatura (dove soprattutto la bambina ha coltivato delle amicizie) ci garantisce una stabilità che rende la vacanza molto rilassante - tutto ormai funziona quasi in automatico.

Io in realtà non amo particolarmente campeggiare. Quando ero piccola la vacanza in campeggio aveva un ineguagliabile fascino e il fatto che adesso mi trovi incastrata da adulta in un sogno bambino lo devo forse a quel “Dio della febbre” (cit. ZeroCalcare) che esaudisce i desideri a scoppio ritardato.

Con la mia famiglia d’origine le vacanze erano nella casa di montagna di mia zia e l’unico punto in comune che avevano con le vacanze in campeggio era la mancanza di privacy - la condivisione dell’intimità era un fatto naturale e scontato e quando le ricordo oggi, ammantate del romanticismo della memoria, mi chiedo quale meraviglioso equilibrismo emotivo ci tenesse allegri quando dormivamo quasi una sull’altra e con un bagno solo per 10 persone.

Il campeggio, per me che come Hugh Hefner ho la tendenza a fare qualsiasi cosa dal letto, non è solo scomodo, a volte è proprio tragico. Ma il punto più alto del fastidio è relativo alla convivenza forzata con le famiglie vicine di tenda e al fatto che in questa prossimità devo adeguarmi al comune senso del pudore, ovvero ricordarmi di fare finta che ci sono parti del corpo di cui mi vergogno. Perché io invece non mi vergogno…

A pensarci bene, la vacanza al mare è un po' il festival della vergogna. Innanzitutto, ti devi vergognare delle parti del corpo che ci si aspetta tu tenga coperte: i genitali, il culo, i seni. Poi se hai qualche chilo di troppo (o di meno), devi vergognarti pure un po’ di più. Poi devi vergognarti dei peli, se non ti sei depilata bene o (anatema!) non ti sei depilata affatto. Poi se hai qualche “imperfezione” fisica, tipo cellulite, smagliature, brufoli e via discorrendo, Uh che vergogna. Poi se hai le mestruazioni - oltre alla molestia di dover trovare un bagno o infrattarti alla meglio per controllare ciclicamente le tubature - pure quello, che vergogna!

Poi se arrivi alla spiaggia col colorito bianco-verdino da animale urbano, che per caso non vorrai vergognarti un po' anche di quello?

Io sono una ragazza fortunata: a parte gli anni ingrati dell’adolescenza (in cui mi vergognavo di esistere) il sistema della vergogna sono riuscita a contestarlo e a demolirlo appena raggiunta l’età della ragione per puro ribellismo, anche prima che il femminismo mi fornisse gli strumenti per capire quanto c’era di politico nell’oppressione che ci vuole imbrigliate in modelli di decenza selettivi e di bellezza inarrivabili.

Eppure ancora soffro. Soffro per empatia, per tutte le altre per cui una giornata sulla spiaggia diventa una sfida con se stesse: quelle insicure, quelle fuori forma e fuori misura, quelle strane, quelle i cui corpi mettono in discussione l’idea binaria di femminile/maschile. Per loro una giornata in spiaggia puó diventare un incubo di sguardi indesiderati, commenti fastidiosi a mezza bocca quando non direttamente insulti a scena aperta.

E soffro pure per me, quando tornata dalla spiaggia arrivo alla mia tenda e vorrei tranquillamente togliermi il costume e infilarmi l’accappatoio per raggiungere la doccia - e invece nella tenda ci devo entrare per nascondermi e cambiarmi al riparo dagli sguardi. Perchè non farlo, in un contesto “familiare” (eteronormato) è considerato poco meno che un atto di pornoterrorismo. Una provocazione che compiace il maschio (etero) che si sente invitato a una festa esclusiva - come se non avesse mai visto due sise in vita sua - e che irrita mortalmente la sua compagna/fidanzata/moglie/accompagnatrice varia ed eventuale.

Per fortuna in Catalunya, almeno sulla spiaggia, il livello di controllo sui corpi è più blando che in Italia (ho un po' il polso della situazione perché come ho detto, parte delle vacanze estive le passo in Italia - e al mare, non più nella casa di montagna di mia zia che l’ha sfracellata il terremoto).

Qua nella terra dove un giorno trionfò l’anarchismo politico (purtroppo per molto poco) ci si può discretamente cambiare il costume direttamente in spiaggia o stare addirittura in topless senza temere una denuncia per oltraggio al pudore o di essere chiamate Buttane! (Mondello, giugno 2018 - testimonianza di Ada, milanese residente all’estero da almeno un decennio che me lo raccontava ad occhi sbarrati, ancora incredula).

Poi sono abbastanza diffuse le spiagge nudiste, che per una svergognata professionale come me sono un’idea di paradiso: spazi in cui esiste un tacito patto di rispetto dell’altrui corpo, per cui puoi essere magra, grassa, pelosa come una scimmia o glabra ma generalmente non ti si fila nessuno.

E io lì posso finalmente godermi il diritto all’indecenza, spiattellandomi a gambe larghe davanti al mare e lasciando che la brezza mi sfiori il sesso senza la benché minima preoccupazione della soglia del pudore altrui: la spiaggia è grande e si può guardare altrove, invece chi vuole può pure mettersi a guardare, gli regalo una lezione di anatomia gratis basta che non mi vengano a chiedere dettagli perché non sono in servizio, quello che cerco è riposo assoluto e un contatto profondo con la Natura.

Lo chiarisco, perché non vorrei che il mio discorso suonasse normativo al contrario: io sono dell’idea che ognuna si espone come può e vuole. Non è obbligatorio denudarsi né spiattellarsi, a me piace farlo e mi sono ritagliata una dimensione in cui non devo fingere di avere un pudore. E la rivendico non come forma di provocazione ma come pratica libertaria.

Quello che però mi sento di ribadire forte e chiaro è che gli spazi di libertà dei corpi non sono garantiti, bisogna sempre conquistarseli e in qualche caso difenderli - e che è bene che soprattutto noi donne ci ricordiamo sempre che (come dice la mia saggia amica Valeria) “C’è da vergognarsi solo a fa’ del male”.


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FRONTE DEL PORNO

di Slavina Perez

Pornografa femminista e (quasi di conseguenza) educatrice sessuale, Slavina vive tra l'Italia e la Spagna promuovendo attraverso spettacoli e laboratori una svergognata consapevolezza sui temi del corpo, del genere e del sesso. Su facebook con la pagina Intimidades Compartidas.

Festivalbar

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È tutto un equilibrio sopra la nostalgia, questa è la verità. Le playlist dell’estate 2018 suonano così anni 80 e 90 che molti di noi della generazione nata proprio in quegli anni abbiamo avuto un sussulto. “Ma come?” Suoni, atmosfere, progressioni musicali. “Ma comeee?! Questa è roba che ascoltavo io!”. E subito il pensiero dell’aumento progressivo delle candeline sulla torta fa riflettere. Sì, siamo invecchiati. Sì, tante canzoni del 2018 somigliano a qualcosa che conoscevamo già. Sì, si moltiplicano programmi televisivi che provano a ricordarci gli anni più gloriosi del Festivalbar (il decennio dei Novanta, che domande fate) o rievocano epoche dolcemente perdute (come Techetecheté appuntamento fisso dell’estate di Rai1).

Il Festivalbar. Basta sillabarlo per risentire sulla lingua il sapore del Fior di Fragola del bar. Nulla ha condizionato i nostri ascolti in macchina, gli acquisti dei dischi, lo zapping frenetico sulla radio più del Festivalbar. Che era un festival itinerante sul serio, due mesi di date a cadenza regolare in alcune delle piazze e dei posti più belli d’Italia. L’Arena di Verona, se non ci fosse stato il Festivalbar, non avrebbe avuto quell’imprinting di nazionalpopolare che anni dopo l’ha sdoganata fino ad ospitare il trionfo di Calcutta. Parte tutto da lì e da quelle serate strapiene di ospiti di ogni tipo, da meteore sparite nel giro di una hit fino ai mostri sacri che sembravano planare sul palco per purissimo caso. Tutto rigorosamente in differita su Italia 1, che il sodalizio con la televisione contribuì a fissare il Festivalbar nell’immaginario collettivo. Era un appuntamento fisso, un momento di confronto, un modo per accedere ancora una volta ai tormentoni estivi. E il Festivalbar, nonostante tutto, ti costringeva a imparare quelle canzoni per restare al passo nelle discussioni con le amichette. Era più figo Gianluca Grignani in piena epoca post-grunge con quei cardigan alla Kurt Cobain, o Robbie dei Take That ingellato, fisicato e confezionato per il consumo di massa? Strappava più applausi Mare Mare di Luca Carboni, che già sapeva di nostalgia canaglia, o Tieni il tempo degli 883 che ci faceva agitare come (e peggio di) Mauro Repetto?

Dici “Festivalbar” ed è subito un profluvio di nomi: Jovanotti, Eros Ramazzotti, Pino Daniele, Raf. “Azz vacanze” di Federico Salvatore, che impararla a memoria era un’impresa. E poi i Vernice, i Dirotta Su Cuba, quei capelloni dei Dhamm che stavano almeno una volta al mese pure su Cioè. E che dire della marea di hit eurodance che cantavamo maccheronicamente, da Rhythm Is A Dancer degli SNAP a The Rhythm Of The Night di Corona, che anni dopo avremmo scoperto essere una finta cantante (le prestava la voce l’italianissima Jenny B), o What Is Love? di Haddaway che era il riassunto perfetto della carica di quegli anni, che l’amore mica lo sapevamo cosa fosse, eppure già ce lo chiedevamo. Strange World, come cantava l’ambiguissimo e poi sparito Ké. E rincorrevamo gli spiccioli in tasca per ascoltare sul jukebox del campeggio, del bar, della spiaggia quelle canzoni che ci facevano sognare. O soffrire, a scelta. Che la quota tristezza suprema non mancava mai: citofonare Marco Masini, Paolo Vallesi o Massimo Di Cataldo. Ma ci piazzavamo serenissime sotto il Lemon Tree dei Fool’s Garden e passava tutto. I wonder how, I wonder why.


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MUSIC IS MY RADAR

di Arianna Galati

Scrivo di musica e parlo in radio: due dei lavori più belli del mondo. Collaboro con OnstageMarieClaireNanopress e QNM. Se non sono in giro a caccia di storie, coccolo il gatto o cucino verdure.

Comunicazione di servizio importante

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Caro Riccio Lover,

abbiamo una comunicazione di servizio importante per te!


A causa di un piccolo incidente di percorso la nostra The Boss Alessandra Pucci sarà assente nei prossimi giorni (dal 2 al 9 agosto 2018)
Per godere del suo magico taglio dovrai attendere venerdì 10 e sabato 11 agosto, dalle 14.00 fino all'ora di chiusura.

Grazie per la comprensione :)

Ti ricordiamo che il salone resterà chiuso dal 12 al 20 agosto.

Ecco come puoi prenotare:

- con una telefonata allo 06 77590845,

- un messaggio privato sulla nostra pagina facebook

- compilando il modulo che trovi sul nostro sito.

Riccio va in vacanza!

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Cari tutti, adorati clienti,

si avvicina quel favoloso periodo dell'anno in cui siamo tutti più belli, più rilassati, più sfavillanti: le vacanze!

Ci riposiamo anche noi: il salone resterà chiuso dal 12 al 20 di agosto.

Stiamo preparando tante novità per la nuova stagione: siete curios*?

Non dimenticate di seguirci sui nostri socialini e di iscrivervi alla nostra newsletter: arriva una volta al mese e contiene tanti consigli e dei regali! Siete ancora in tempo per ricevere la prossima: ci si iscrive qui.

Enjoy the summer! 

#Sour: Arrivati a sera, nulla era più adatto di un Whiskey Sour ghiacciato.

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“Era stata una giornata di caldo asfissiante. Arrivati a sera, nulla era più adatto di un Whiskey Sour ghiacciato.”

La storia del Whiskey Sour è vecchia come il whiskey. Il metodo di preparazione è quello dei primi cocktail: zucchero nel bicchiere, succo, whiskey e ghiaccio sbriciolato o almeno, questa era la prima ricetta scritta da Jerry Thomas nel suo libro “How To Mix Drinks Or The Bon-Vivant’s Companion”.

4,5 cl di bourbon whiskey

3 cl di succo di limone

1,5 cl di sciroppo di zucchero


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#SOUR: Una storia d’amore fra illustrazioni e cocktail

di Roberta Soru

Perennemente dietro un monitor o china su uno smartphone ha fondato ctrl+f.

Illustratrice e bevitrice, con l’ossessione per il #foodporn, ha anagrammato il suo cognome, si è messa con un barman e ha creato #Sour, la loro storia tra illustrazioni e cocktail.

Mad Men: quando la pubblicità brucia l'anima

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La AMC, si sa, manda da sempre in onda cose un po’ lentine. Tipo Breaking Bad per intendersi. Che sì è bellissima favolosa e gli vogliamo tutti bene, ma EHI quanta lentezza nella prima stagione? Tanta.

Ecco, capita la stessa cosa con Mad Men, serie del 2007 che hai già fatto storia, almeno per le prime 3-4 puntate. Poi però è tutto talmente bello, talmente curato che checcifrega della lentezza? NIENTE AMICI.

La serie parla di un’agenzia pubblicitaria di New York, la Sterling – Cooper, e della gggente che ci lavora a partire dall’inizio degli anni ’60. La trovate su Netflix.

Tra gli aspetti da non sottovalutare per la botta di interesse che provocano tutte le puntate in cui tra le altre cose viene spiegata l’origine di alcune vere campagne pubblicitarie americane di quegli anni (Lucky Strike e Kodak giusto per dirne un paio), c’è indubbiamente il personaggio di Don Draper interpretato diosolosaquantobene da un Jon Hamm perfetto ed in stato di grazia. Padre di famiglia dal passato misterioso, traditore seriale, mezzo genio della pubblicità e, cosa da non sottovalutare mai, bono di Dio.

L’agenzia Sterling Cooper attraversa così tutti gli anni ’60 tra fusioni, dipendenti arrivisti, segretarie bellissime, clienti bizzarri e storyline personali che a modo loro raccontano un assurdo quanto pregno di eventi periodo storico americano.

Mad Men, tra l’altro, è stata la primissima serie di un canale cable, aka DA RICCHI, a vincere un Emmy (in totale però, attenzione, ben 16) per miglior serie tv drammatica. Mica cazzi.

Se avete voglia di una maratona incredibile di sette stagioni di gente vestita benissimo e che fuma tantissimo incurante della morte che probabilmente sopraggiungerà per ognuno di loro, vedetevi il pilot e poi non uscite mai più di casa. Ne varrà la pena.

Fun fact: vista la quantità incredibile di sigarette che tutto il cast era costretto a fumare in OGNI SCENA, la produzione aveva fatto fare sigarette speciali al borotalco. Dev’essere stato un set facilissimo.


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IO VERAMENTE LA FAVOLOSITA'

LA FAVOLOSA RUBRICA SPIN-OFF DI IO VERAMENTE GUARDA

di Francesca Giorgetti

31 anni, ultimamente romana ma pratese per sempre. Appassionata a livelli patologici di serie tv e Maria De Filippi. Lavora in tv e scrive di serie: puoi seguirla sulla sua pagina facebook Io veramente guarda

Premio Strega 2018: La ragazza con la leica di Helena Janeczek

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Ieri Helena Janeczek ha vinto il Premio Strega 2018 con il romanzo La ragazza con la Leica, pubblicato da Guanda. Dopo quindici anni il premio letterario italiano più importante torna fra le mani di una donna e ci sembra un bellissimo segno.

La protagonista del romanzo è Gerda Taro, fotografa tedesca con origini ebree polacche, che fun incarcerata nella Germania nazista per la sua militanza nel partito comunista. Con Robert Capa, suo compagno, prese la decisione di documentare la Guerra civile spagnola, durante la quale morì a 26 anni. Dopo la vittoria, Helena Janeczek ha dichiarato di aver scelto di raccontare la vita di Gerda "perché è il simbolo di una donna libera e indipendente, che ha creduto nelle sue convinzioni".

Helena e moltissime altre scrittrici saranno presenti a Inquiete 2018, il festival letterario tutto al femminile che si terrà a Roma dal 5 al 7 ottobre di cui quest'anno siamo co-produttori con le ragazze di Tuba Bazar. Il crowdfunding è aperto: avete la possibilità di sostenere questo meraviglioso progetto, qui tutti i dettagli.

Inquiete facciamolo insieme!

#Sour: La prima volta che si sono incontrati, lei ordinò un Negroni

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“La prima volta che si sono incontrati lei ordinò un Negroni.”

Il conte Camillo Negroni, era solito ordinare come aperitivo al caffè Casoni, a Firenze, un Americano rinforzato da una buona dose di gin. Per differenziare il drink del conte, il barman Fosco Scarselli, sostituì la buccia di limone con una fetta di arancia.

Fu così che nacque il mito di questo drink tutto italiano.

3 cl di gin

3 cl di bitter Campari

3 cl di vermut rosso

fetta d’arancia


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#SOUR: Una storia d’amore fra illustrazioni e cocktail

di Roberta Soru

Perennemente dietro un monitor o china su uno smartphone ha fondato ctrl+f.

Illustratrice e bevitrice, con l’ossessione per il #foodporn, ha anagrammato il suo cognome, si è messa con un barman e ha creato #Sour, la loro storia tra illustrazioni e cocktail.

Il miracolo, la serie scritta da Niccolò Ammaniti

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Non ci crederete ma il nostro magico e soprattutto tragico Paese è riuscito a partorire una miniserie della madonna, Il Miracolo. Nello specifico, l’ha fatto Sky.

Otto puntate ideate dirette e scritte da Niccolò Ammaniti. O da Stefano Accorsi, chissà.

La trama è semplice: nel covo di un boss della ‘ndrangheta in un paesino calabro la polizia trova la statua di una Madonna che piange sangue. Nel senso che proprio non smette mai di piangere sangue, forever and ever.

Ovviamente la mattissima statuetta viene portata al Presidente del Consiglio, un immenso, incredibile, megafregno GUIDO CAPRINO, che ogni puntata che passa ti fa chiedere cose tipo “COME FA AD ESSERE COSI’ BONO?”, “MA STA VOCE?” Così, in loop ogni volta che appare sullo schermo con le sue camicine bianche un po’ strettine.

Le reazioni di ogni personaggio alla consapevolezza che un Miracolo, effettivamente, è possibile, diventano quindi una scusa per raccontare la totale mancanza di punti fermi in un periodo assurdo e difficile dell’Italia a tanto così dall’uscita dall’Euro. Ci sono i preti, i politici, i matti, i mafiosi, c’è tutto, ognuno con la sua piccola storia personale racconta un pezzetto di noi.

Il grande pregio di questa serie, oltre al fatto che non ci sono toscani (cit.), è che per tutte le puntate è chiaro che sia stata scritta da uno che, incredibile, di lavoro fa lo scrittore. E quindi sì, è lenta, spesso arranca e spesso si perde in sottotrame che beh Ammaniti prossima volta pensaci un po’ meglio. Però, lo giuro, è tutto molto bello.

Menzione speciale per il best personaggio ever ovvero Sole Pietromarchi, la moglie del premier fuori di testa ed adorabile interpretata in maniera incredibile e perfetta da Elena Lietti. Poi vabbè, c’è anche Alba Rohrwacher che ammazza tutto col suo modo di parlare alla Alba Rohrwacher ma ehi, non si può avere tutto.

In tutto ciò, come dice la mia amichetta Ninni: “Il vero Miracolo è Guido Caprino”.

Raramente sono stata così d’accordo su qualcosa. Ciao Guido, se ci leggi, chiamaci.


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IO VERAMENTE LA FAVOLOSITA'

LA FAVOLOSA RUBRICA SPIN-OFF DI IO VERAMENTE GUARDA

di Francesca Giorgetti

31 anni, ultimamente romana ma pratese per sempre. Appassionata a livelli patologici di serie tv e Maria De Filippi. Lavora in tv e scrive di serie: puoi seguirla sulla sua pagina facebook Io veramente guarda